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Che accade nel fandom di Voltron? Caos, minacce e delusione LGBT

Shiro Voltron
Shiro e Adam nella puntata incriminata

In questi ultimi giorni si è scatenato tra i fan di Voltron: Legendary Defender (rigorosamente su Twitter e Tumblr) l’inferno. Inferno non solo per loro, ma soprattutto per i doppiatori e lo studio che cura questa serie animata.

Per sapere cosa è successo, e come ciò ha a che fare con la rappresentazione queer, il queerbaiting, l’influenza del fandom e della produzione su un’opera ho intervistato la redattrice e critica di fumetti e animazione Ilaria Vigorito, in arte Raxilia, specializzata nell’analisi dei prodotti per ragazzi come i manga shonen.

TL;DR: I creatori di Voltron hanno annunciato che ci sarebbe stato un personaggio gay come risvolto importante, ma nei fatti la questione è stata a malapena accennata e subito abbandonata. I fan si sono scatenati sul web minacciando di morte doppiatori e autori, che hanno spiegato il loro punto di vista. Raxilia ci parla del perché e di cosa è successo nei dettagli.

Facciamo un passo indietro per chi non lo conosce. Cos’è (e com’è) Voltron: Legendary Defender?

Voltron: Legendary Defender è una serie animata del 2016 prodotta dalla Dreamworks e resa disponibile al pubblico tramite la piattaforma di Netflix. La prima serie è stata pubblicata il 10 giugno del 2016 e, da allora, a intervalli di pochi mesi l’una dall’altra, sono state rese disponibili finora sette stagioni, sulle otto totali previste per questo progetto. VLD è un reboot della famosa serie giapponese degli anni Ottanta GoLion e del franchise di Voltron, ovvero l’adattamento americano dell’anime, che mescolava insieme diverse serie animate prodotte dalla TOEI e incentrate sulle lotte fra mecha, i robottoni a-là Mazinga Z. VLD sfrutta l’animazione tradizionale, affiancandola alla CGI per i combattimenti. Proprio l’animazione, che nel corso delle stagioni si è fatta sempre più raffinata, è uno dei punti forti della serie, a fronte di una trama poco consistente, che cerca di staccarsi dalla serie originale, pur mantenendo alcuni riferimenti. Anche il ritmo, purtroppo, si rivela piuttosto altalenante, con stagioni più coinvolgenti e altre meno riuscite. Il vero punto forte, però, sono personaggi o, per meglio dire le relazioni fra di loro, che hanno tenuto e tengono il fandom col fiato sospeso. Lo staff dello show – sia il cast di doppiatori sia gli showrunner e gli animatori – ha sempre puntato molto su quest’ultimo aspetto, concentrando la propria comunicazione sullo show proprio sulle relazioni fra i personaggi, al punto da mettere però in ombra qualsiasi discussione sulla trama.

Voltron Legendary Defender
I protagonisti di Voltron: Legendary Defender

Come mai un prodotto simile, ideato per un pubblico giovane, è piaciuto così tanto a giovani adulti? Come Steven Universe, Gravity Falls, i famosi My Little Pony

Molti giovani adulti della nostra generazione – e parlo da nata alla fine degli anni Ottanta – sono cresciuti consumando prodotti d’animazione – sia giapponese sia statunitense ma non solo. È un tipo di intrattenimento da cui non ci siamo mai davvero allontanati. Dall’altro lato molti della nostra generazione stanno entrando o sono già entrati in quest’industria, cominciando a creare attivamente storie che, per quanto rivolte a un pubblico giovanissimo, si avvicinano al nostro sentire, alle nostre esperienze e probabilmente anche alle nostre nostalgie infantili. C’è anche da dire che, sul fronte dell’animazione americana, c’è stato un riconoscere che l’animazione non dev’essere esclusivamente rivolta ai bambini (come già accadeva da decenni in Giappone) e questo ha portato queste serie di grande successo ad avere un duplice piano di lettura. I bambini possono fruirle per puro divertimento, gli adulti si appassionano a temi più complessi, che queste serie toccano con semplicità e freschezza. Nel caso di una serie come Voltron, poi, scatta la nostalgia per chi è abbastanza grande da aver seguito la serie originale e vuole ritrovarne le atmosfere, ri-aggiornate a un sentire più moderno e con un design completamente nuovo.

Shiro Voltron
Shiro, il protagonista principale di Voltron

ATTENZIONE SPOILER: si parla di un fatto accaduto nella Season 7, per quanto di minore entità.

Ora che abbiamo un’idea di cosa sia Voltron, addentriamoci nel caos mediatico che è scoppiato tra il fanbase e lo staff. Cosa è successo?

L’atmosfera nel fandom di Voltron e fra il fandom di Voltron e il suo staff è sempre stata tesa, soprattutto in occasione delle uscite delle ultime stagioni. La base delle controversie erano le interviste che gli showrunner rilasciavano e le dichiarazioni scherzose dei doppiatori sui propri profili social – sopratuttto sugli account Twitter. Non è mai stato un mistero che la Klance fosse una delle coppie più apprezzate dai fan sul web – anche se né la serie né le interviste ufficiali lasciavano presupporre che la serie avrebbe mai fatto evolvere i rapporti fra Keith e Lance, due dei Paladini che guidano il robot Voltron, in questo senso. Dall’altro lato, le voci sulla possibilità di una rappresentazione canonica di un personaggio LGBT nella serie erano sempre state insistenti. Alla fine, il 20 luglio scorso, durante di un panel al San Diego ComiCon, lo staff ha mostrato in anteprima il primo episodio della settima stagione, che è stato pubblicato su Netflix il 10 agosto scorso. In quell’occasione fu detto chiaramente che Takashi “Shiro” Shirogane (ex-leader dei Paladini di Voltron) era gay e aveva avuto una relazione con Adam, un suo compagno pilota alla Garrison, l’accademia militare dove entrambi prestavano servizio. Durante il corso della puntata, veniva mostrato un litigio fra i due, dove alcune parole lasciavano intendere che Shiro e Adam non fossero semplici amici, ma si amassero e fossero fidanzati. Gli showrunner, in primis Lauren Montgomery, hanno dichiarato che il loro rapporto era così profondo che i due, in futuro, progettavano di sposarsi ma la partenza di Shiro per la missione su Kerberos, nonostante le sue precarie condizioni di salute, aveva posto bruscamente fine al rapporto. L’hype era esplosa sul web, l’attesa era altissima e, stando alle parole dello staff, c’era la sensazione che Adam sarebbe stato un personaggio-chiave, della vita di Shiro e per la resistenza terrestre all’invasione dei Galra (la razza aliena guidata dai principali antagonisti di Voltron). Quando però la serie è stata pubblicata su Netflix, l’eccitazione è completamente sfumata: Adam compariva solo durante il flashback sul passato di Shiro e per una manciata di secondi, bastevoli a mostrare la sua morte in combattimento. L’ultima traccia del loro rapporto era un breve momento di lutto che Shiro si prendeva di fronte alla sua effige e nulla più. A quel punto il malcontento è esploso, così come l’accusa di aver manipolato i fan per tenerli legati a uno show che stava scricchiolando – dal punto di vista dello storytelling – già da un po’.

Adam Voltron
Adam presentato nel flashback

Questo è quello che in gergo si definisce queerbating, giusto?

Si definisce “queerbaiting” la pratica di alcuni show di suggerire che potrebbe esserci una relazione romanica fra due personaggi, senza tuttavia mai mostrarla in maniera esplicita nella storia originale – fino a produrre effetti frustranti, perché le situazioni di ambiguità si accumulano ma nelle intenzioni degli sceneggiatori e della produzione non c’è mai la volontà di portarle alle estreme conseguenze, come accade per le romance etero. Il termine, in inglese, si riferisce letteralmente al “lanciare un’esca” (baiting) “queer” ovvero a quella fetta di pubblico non eterosessuale, che cerca una rappresentazione di se stessa negli show e che viene tenuta incollata allo schermo dalla vaga promessa che qualcosa accadrà fra quei due determinati personaggi. Un caso eclatante di queerbaiting per mantenere la fedeltà di un pezzo di fanbase è quello di Teen Wolf: molti fan adoravano la Sterek (Stiles/Derek), sebbene i due personaggi, nella storia originale, non avessero molte interazioni. Cast di attori, regista e sceneggiatori si sono resi conto di questa opportunità e per anni hanno “scherzato” con la fanbase a proposito della coppia, della possibilità che Stiles fosse bisessuale e che fra i due personaggi ci fosse un’intesa, senza però – nel canone – andare mai oltre interazioni scherzose o comunque occasionali. Nel caso di Voltron la situazione è stata ancora più complessa – e a mio dire grave. I produttori esecutivi e showrunner, Joaquim Dos Santos e Lauren Montgomery, erano genuinamente interessati a inserire un personaggio queer all’interno di Voltron. Fin dall’inizio la scelta era caduta su Shiro ma per molto tempo non è stato possibile esplicitarlo, pare per dissidi interni alla produzione (da questo punto di vista, illuminanti sono stati anche alcuni tweet di una persona che lavorava all’animazione dello show, vi invito a leggere soprattutto questi tre tweet, a proposito della difficoltà di integrare in maniera coerente il background di Shiro nella serie e tutti i problemi che le opposizioni interne alla Dreamworks hanno creato, anche a livello di storytelling). Purtuttavia, il risultato finale è frustrante: la scena in cui viene rivelato il fatto che Shiro sia gay è di un’ambiguità che solo le dichiarazioni al SDCC hanno potuto chiarire (si usano frasi come “quanto sono importante io per te?” e “al tuo ritorno non mi troverai”); il personaggio di Adam, l’ex di Shiro, compare soltanto in un’altra occasione, per una manciata di secondi, per poi morire (nel gergo questa situazione stereotipica si definisce trope del “Bury Your Gay”, “seppellisci il tuo gay”). Soprattutto, quello che ha ferito molti fan è stato il fatto che il marketing della Dreamworks e della Netflix e soprattutto lo stesso cast di Voltron abbiano gonfiato così tanto la portata di questa rappresentazione, da far pensare che la settima stagione sarebbe stata pesantemente condizionata dal rapporto fra Shiro e Adam. Tutto ciò non è successo e l’impressione finale è stata quella che la Dreamworks abbia sfruttato questo annuncio sulla queerness di Shiro soltanto per creare notizia e interessare una porzione di fan che, dopo sei stagioni, avrebbero potuto allontanarsi, ormai snervati dal fatto che la rappresentazione LGBT promessa non si era mai esplicitata. Fare di Shiro, il personaggio più tradizionalmente “mascolino”, sia fisicamente sia come atteggiamenti, il personaggio gay della serie, lontano da tanti stereotipi stantii, è stato un passo importante ma la comunicazione con i fan è stata pessima. L’entità di questa rivelazione è stata minima e mentre personaggi eterosessuali continuano ad avere tutto lo spazio possibile per mostrare il loro orientamento (flirtando fra loro, arrossendo ai reciproci complimenti, con lo spazio persino di essere ritratti con una nuova fidanzata mentre scendono mano per la mano da un’astronave), a Shiro è stato dedicato un vago accenno, per poi far sì che restasse nuovamente solo e condannato alla sofferenza (è probabilmente il Paladino con il background più luttuoso e complicato). Non esattamente una rappresentazione completa e inserita pienamente nella storyline dello show, insomma.

Allura Lance Voltron
Allura e Lance mentre arrossiscono

Tra il cliché del “Bury Your Gay” e la scarsa rappresentazione specialmente nei cartoni, come se i bambini potessero venirne contagiati, posso capire la delusione dei fan. Ma qui la cosa è andata ben oltre, da quello che ho capito.

Purtroppo sì. Negli ultimi anni il rapporto fra fanbase e produttori di contenuti originali si è andato progressivamente inasprendo, soprattutto a livello di rapporti sui social network. Minacce di morte, molestie verbali, cyberbullismo, sono all’ordine del giorno, colpiscono molti personaggi famosi che hanno aperto i loro account sul web (in primis su Twitter) e Voltron non ha fatto eccezione. Lo staff di Voltron – a ogni livello, dagli showrunner, al cast di doppiatori, agli sceneggiatori e gli animatori – ha sempre avuto una relazione molto stretta con la fanbase, specialmente dopo l’esplosione di popolarità dello show. Non mi riferisco solo alle interviste o ai discorsi che inevitabilmente si fanno durante i Q&A dei panel alle varie convention. I doppiatori dei Paladini hanno sempre scherzato con i fan, assecondando la loro fame di accenni alle ship più popolari. Il marketing sui social dello show, come accennavo anche più sopra, ha lavorato nel senso di soddisfare queste attese, seppure solo per gioco e fuori dalla linea canonica dello show. Questo particolare si è unito a una comunicazione sbagliata da parte dello staff: si tendeva a creare attese all’indomani dell’uscita di ogni nuova stagione e si paventavano grandi sviluppi, insistendo sulla futura presenza di rappresentazione LGBT in Voltron. Questo ha agevolato una tendenza – ovviamente ingiustificabile – di alcuni fans a pretendere anche oltre il consentito. Le minacce e le accuse si sono sprecate anche dopo la pubblicazione della settima stagione ma non si può fare di tutta un’erba un fascio. Al di là della presenza, minoritaria ma consistente in una fanbase così estesa, di elementi pericolosi che si sono lasciati andare ai peggiori attacchi all’indirizzo dei doppiatori e degli showrunner, molti altri hanno legittimamente espresso dubbi, delusione e scetticismo. Nessuno si aspettava la morte di Adam e, soprattutto, nessuno si aspettava di scoprire che esisteva persino un doppio audio della famosa scena fra Shiro e il suo ex-ragazzo, che riduceva il loro rapporto a una mera amicizia. Voci di corridoio e discussioni accese stanno ancora in questo momento spaccando il fandom in due. C’è chi comunque si dice contento, perché “un minimo” di rappresentazione c’è stata e senza stereotipizzare i personaggi; e chi, invece, non trova che sia “abbastanza” in proporzione ai proclami che erano stati fatti al SDCC. Erano nebulosi, sì, ma facevano intravedere un ruolo ben più massiccio del background sentimentale di Shiro e del suo rapporto con Adam all’interno della stagione.

Shiro Adam Voltron
Shiro che accarezza l’effige di Adam

Minacce di morte e cyberbullismo nei confronti dei doppiatori e del resto del cast? Molti altri, in situazioni simili, hanno abbandonato i social network. Come hanno reagito?

Il cast di Voltron, da questo punto di vista, è più abituato di molti altri a gestire l’ondata di polemiche. Alcuni membri dello staff hanno reagito, cercando di spiegarsi e anche di ribattere fermamente alle polemiche. Fra i più attivi c’è sicuramente Bex Taylor-Klaus, che doppia la Paladina del Leone Verde, Pidge. Bex è anche un punto di riferimento importante per la fanbase, avendo fatto coming out prima come gay e poi, appena qualche giorno fa, come persona trans-non binary. Si è trattato del primo membro del cast che ha parlato apertamente, chiedendo ai fan di essere più gentili con chi lavora allo show e di dare un taglio agli attacchi feroci (in questo tweet). Più tardi ha anche risposto a tono alle proteste, affermando che chi si stava lamentando, lo stava facendo perché non aveva ottenuto dallo show ciò che voleva (qui e qui due esempi). Quest’ultima risposta ha molto indispettito alcuni fan, che si aspettavano da Bex un appoggio in più, in virtù della sua posizione, piuttosto che una difesa a spada tratta delle scelte degli sceneggiatori. Anche AJ LoCascio, voce del principe Lotor e di James Griffin, aveva inizialmente esortato i fan a calmarsi ma, appurato il motivo delle proteste, si è scusato, mostrandosi comprensivo verso i motivi ma chiedendo comunque che le critiche restassero costruttive e civili. La vera sorpresa è stata la risposta dei due produttori esecutivi, Dos Santos e Montgomery. Il primo ha indirizzato il 14 agosto una lettera aperta alla fanbase, spiegando le difficoltà incontrate nell’includere più rappresentazione in una serie indirizzata a un pubblico molto giovane e ammettendo che c’è sicuramente ancora molto lavoro da fare, in questa direzione. Alla sua posizione si è associata Lauren Montgomery, condividendo il suo tweet e rimarcando in un thread la volontà di offrire più rappresentazione possibile, pur nei limiti in cui lei e il collega si sono dovuti muovere, durante la costruzione della sceneggiatura. D’altronde già il giorno immediatamente precedente la pubblicazione della prima stagione di Voltron, in un’intervista per il podcast “Fighting in the War Room”, i due showrunner avevano comunicato l’intenzione di portare avanti una rappresentazione esplicita nello show, se ci fossero state altre stagioni (“pushing the envelope” sono le parole che Lauren Montgomery usa al proposito). Le dichiarazioni su Twitter hanno dimostrato un’apertura e una disponibilità al dialogo non da poco, che però dimostra come la strada per una rappresentazione più completa e serena del mondo LGBT nei prodotti per bambini e ragazzi sia ancora lunga da percorrere. E anche che la comunicazione sui contenuti dello show è avvenuta in maniera scorretta, offrendo una prospettiva distorta su quello che sarebbe stato ed è Voltron.

Matt Voltron
Matt, personaggio secondario, che ritorna mano nella mano con una aliena

Da fan e da critica, come interpreti questo evento? La rappresentazione LGBT è un tema molto sentito dalla comunità queer, ma – facendo l’avvocato del diavolo – come è possibile che si sia arrivati a toni così accesi?

Diciamo che prima di tutto c’è un problema di fondo a livello comunicativo. Negli ultimi anni i social sono diventati un formidabile serbatoio di aggressioni verbali e insulti, principalmente perché sono un medium straordinariamente nuovo, a cui le persone si approcciano con eccessiva immaturità (gli adulti persino più dei ragazzini). Viviamo anche in un periodo storico di fortissimi contrasti sociali, siamo di fronte a una radicalizzazione del discorso sociale su tutti i fronti e in tutti gli ambiti. Internet ha comunque offerto un megafono, a chi prima non aveva voce su media più “ufficiali”, come la carta stampata e la televisione, di esprimersi liberamente. È saltato un tappo enorme e molte persone sentono con foga il bisogno di esprimersi  – anche a costo di diventare sgradevoli o insistenti al limite del fanatismo. Però mi sento di dire che prima di tutto bisogna tracciare una linea netta fra chi travalica ogni limite di civiltà semplicemente per insultare e aggredire, e la legittima rabbia di chi, invece, non ricorre a minacce ma pretende che finalmente anche le minoranze diventino “visibili”. Per secoli le storie che ci siamo raccontati non solo sono state scritte da chi faceva parte di un’élite culturale per altri membri di quell’élite ma hanno sempre e solo raccontato un certo prototipo di essere umano – nella cultura occidentale, ovviamente, il maschio bianco ed eterosessuale. A tutt’oggi è ancora faticoso fare in modo che produzione e pubblico maschile etero accettino storie dove i protagonisti possano essere donne, figuriamoci quando tocchiamo altre minoranze – tema assai sentito negli Stati Uniti, che nonostante il tanto sbandierato “melting pot” faticano ancora a mostrare nei loro show cast inclusivi di tutta la varietà etnica del popolo statunitense. Le reticenze di grandi major, che hanno pur sempre abbastanza potere di mercato (penso a un colosso come la Disney) nell’imporre show più inclusivi senza preoccuparsi di perdere pubblico hanno esarcebato ancora di più la discussione. In fondo, quando ci si sente dire che una certa categoria di persone non va mostrata in uno show per bambini – o va mostrata “con le opportune cautele” – si passa ancora una volta il messaggio che una persona LGBT vada “censurata”, come se la sua esistenza fosse oscena e sbagliata. Che due showrunner abbiano dovuto aspettare sette stagioni, prima di poter dire al proprio pubblico che uno dei protagonisti di Voltron era gay non può che aumentare la rabbia di chi continua a sentirsi invisibile, a consumare prodotti di intrattenimento e veder rappresentato sempre e solo un tipo di essere umano. Si ha la sensazione che ci sia una normalità che può essere mostrata liberamente, a fronte di una “anormalità” che va tenuta nascosta. Diventa anche stancante sentirsi continuamente ripetere che “il mondo non è pronto”, mentre la tua esistenza continua a scorrere e tu ti senti, a più livelli, costretto a restare nascosto anche nella vita reale, perché un colosso dell’animazione non vuole rischiare di offendere questa associazione dei genitori o quello sponsor bigotto. Nessuno giustifica le minacce ma i toni accessi e l’indignazione sono un sintomo di quanto sia diventato logorante questo silenzio eccessivo su tante, troppe minoranze. L’industria dell’intrattenimento offre comunque, per quanto in maniera fantasiosa, storie che rappresentano un pezzo della realtà. Tanti bambini sono cresciuti nella sicurezza di potersi identificare in questo o quell’eroe, di poter avere una figura di riferimento a cui aspirare. Non includere personaggi che non siano uomini cis eterosessuali in storie rivolte a un pubblico giovanissimo significa impedire a tanti futuri adulti di poter trovare una figura in cui immedesimarsi, su cui fantasticare, che mostri che anche se hanno un approccio diverso al mondo e dei gusti diversi, questo non fa di loro delle persone sbagliate o dei mostri. Per troppi anni, paradossalmente, solo i personaggi malvagi delle storie di fantasia si vedevano applicato il fenomeno del “queer-coding”, ovvero venivano ritratti in maniera stereotipicamente queer, con trucco, capelli lunghi, aspetto ambiguo e atteggiamenti “femminei”. Che messaggio passa, tutto questo? Cosa significa quando “quelli come te” nelle storie di fantasia possono essere soltanto dei mostri? Nel 2018 non è più accettabile che un colosso dell’animazione come la Dreamworks passi il messaggio che l’omosessualità di un personaggio debba essere tenuta sotto il tappeto il più a lungo possibile e poi accennata con le pinze, come se fosse qualcosa di vergognoso. La vera delicatezza starebbe nell’approcciare questi temi, mostrando, ad esempio, i personaggi gay nella normalità del loro esserlo. Non nel senso di fare della loro omosessualità l’inizio e la fine della loro caratterizzazione. Ma, esattamente come un personaggio eterosessuale può permettersi di flirtare o esprimere garbatamente le sue preferenze per questa o quella persona, dovrebbe accadere lo stesso per un personaggio omosessuale e via discorrendo. Finché questo non accadrà, purtroppo le reazioni resteranno accese. Non è facile smantellare un modo di pensare tanto innervato nell’industria dell’intrattenimento, così come l’idea che la rappresentazione non serva (ma, guarda caso, si continuano a promuovere storie stantie sempre con la stessa tipologia di protagonista). Le rivoluzioni si combattono anche alzando la voce, senza mai minacciare di morte nessuno, ma è giusto non tacere, di fronte a un’industria che pretende i soldi e le attenzioni della comunità LGBT ma poi in cambio offre soltanto contentini, ricordando a quella fetta di popolazione (che lavora anche per quelle stesse major) che la sua esistenza è un optional da tenere nascosto. C’è bisogno di più coraggio, nell’industria culturale, e di più desiderio di rischiare – un desiderio che, sono sicura, porterebbe anche a sganciarsi da tanti cliché e offrire storie più fresche, originali e più vicine al nostro sentire moderno.

 

 

TardigradoSpaziale

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