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BLADE RUNNER 2049 – Denis Villeneuve

2049, Los Angeles, città costantemente sotto la pioggia, sorvolata da macchine volanti e da ologrammi giganteschi che invadono le facciate dei grattacieli. Nel caos di questa metropoli convivono, seppure sempre con qualche difficoltà, uomini e replicanti, ovvero esseri geneticamente modificati per essere al servizio della civiltà. L’agente di polizia K, un replicante di ultima generazione, nel corso di un’investigazione rinviene quello che potrebbe essere l’inizio di una catena di eventi che lo porteranno a dubitare della sua stessa esistenza e ad una possibile guerra. Ben presto capirà di dover cercare le sue risposte grazie all’aiuto di un ex poliziotto, Rick Deckard, isolatosi dal resto del mondo dopo essere fuggito da un passato oscuro.

 

Nessuno avrebbe mai sperato di poter assistere, nel 2017, al seguito di uno dei film più importanti degli anni 80, del genere fantascientifico e di un regista autore di svariati, e memorabili, opere nel panorama cinematografico. Poche cose, però, sono  cambiate, a partire dal regista (anche se Ridley Scott riveste il ruolo di produttore esecutivo) e il cast, pur mantenendo quella vecchia quercia di Harrison Ford. La posta in gioco era altissima, perché l’originale Blade Runner rimane, per molti, uno dei più significativi film di tutti tempi, grazie all’estetica immaginifica di un futuro non troppo lontano, alla colonna sonora di Vangelis e soprattutto al filosofico monologo finale di Rutger Hauer. Un film che, rivisto oggi, probabilmente rimane datato, legato comunque ad un’epoca culturalmente e visionariamente affascinante. Dunque, come si può, 35 anni dopo, pensare di poter fare un seguito a quello che è considerato un cult? E’ giusto cercare di immaginare un seguito che possa dare risposte a domande lasciate in sospeso dall’originale? Beh, si e no.

Per realizzare un film del genere ci voleva qualcuno di capace, di fresco e ambizioso. Ultimamente va molto in voga il nome di Denis Villeneuve, regista canadese autore di successi commerciali e critici del calibro di Prisoners, Sicario e un altro film di fantascienza altamente apprezzato, Arrival. La sua mano è decisa, coerente con la sua visione, emotivamente complessa. Villeneuve sa quello che fa, e sa cosa vuole vedere lo spettatore, è attento e preciso. Quello che colpisce di più in questo film è quanto siano rimasti fedeli nello spirito di Blade Runner, a partire dalle scenografie e dall’atmosfera generale. Certo, non c’è più Vangelis a firmare la musica, e al suo posto troviamo il duo ZimmerWallfisch, che più di inondare le orecchie con suoni ambientali e ricorrenti e persistenti rumori di sottofondo non riescono ad aggiungere molto. La storia non offre niente di troppo originale, e anzi, mette ancora più in dubbio l’esistenza stessa di Rick Deckard, tornando a domande senza risposta che tutti hanno avuto quando videro il primo Blade Runner. A livello qualitativo comunque non gli si può mettere in dubbio quanto questa operazione sia stata realizzata nella maniera più “attenta” in modo da non deludere i fan del cult del 1982. Visivamente è straordinario, una goduria per gli occhi vedere così tanti colori, in una Los Angeles praticamente spenta, ed un cambiamento cromatico così intenso mentre si passa da un paesaggio all’altro.

 

Quindi, missione compiuta? Per l’effetto nostalgia che si porta dietro, sicuramente si. E’ un film fatto molto bene, con ottime intenzioni, non uno di quei sequel da quattro soldi di cui non se ne sentiva il bisogno. Attorno a questo progetto c’era molta paura, soprattutto perché poteva essere un fiasco totale. Alla fine sembra che, nonostante il massiccio marketing pubblicitario, la gente non stia dando molta attenzione al film. Un peccato, perché merita sicuramente almeno una visione. Siamo di fronte ad un prodotto qualitativamente superiore a molto di quello che il catalogo cinematografico ci ha proposto fino adesso, in questo 2017.

 

Evane

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